Le cose da non dire a un ipocondriaco

Premessa:

L’ipocondria è un’ atteggiamento psichico caratterizzato da una costante apprensione per la propria salute e dall’ansiosa tendenza a sopravvalutare i minimi sintomi.

Tra le cause principali dell’ipocondria vi sono l’ansia e la depressione e da un punto di vista psicologico essa è definibile come un meccanismo di difesa da un pericolo interno o esterno, associato alla vita relazionale e sociale oppure all’identità personale.

Lo scopo dell’ipocondriaco, conscio od inconscio, è quello di allontanarsi dalla vera causa di pericolo (ad esempio una malattia), oppure dalla causa di un fallimento nella vita (ad esempio nello studio, nel lavoro, nella famiglia).

Tra le tante cose che un disturbo d’ansia mi ha insegnato, c’è anche che mai parole più giuste vennero pronunciate da Tamburino, in Bambi:”Quando non puoi dire una cosa gentile, è molto meglio starsene zitti”.

In seguito all’infinito numero di occhi buttati al cielo dopo alcuni commenti che mi sono stati fatti quando raccontavo del mio problema, ho deciso di scrivere questo articolo.

Uno degli aspetti più complessi e frustranti dell’ansia è parlarne con i propri amici o parenti. Parlarne a chiunque in realtà, motivo per cui mi è sempre stato suggerito di tenere la cosa tra me e i miei amici più stretti.

E infatti io ci ho aperto un blog.

Dicevo.

Quando si parla di una persona che soffre d’ansia, non ci si riferisce all’ansia dei classici 5 minuti di isteria prima di un esame, o il secondo prima di mettere piede sulle scale mobili, chiamare un ristorante per ordinare una pizza, scoprire che hai finito le penne nere e ora ti tocca scriver… il concetto mi sembra chiaro.

Si fa riferimento ad un’ansia patologica. Un’ansia che insorge all’improvviso, senza una ragione apparente.

Divertente.

Il cuore che sembra scoppiare, il respiro manca , le mani sudano, la testa pulsa, formicolii agli arti, gambe pesanti e paura irrazionale sono alcuni dei sintomi di cui io, personalmente, facevo esperienza.

(La prima volta infatti pronto soccorso, che già stavo a pensare se al funerale la bara la volevo in cedro o di mogano.)

Per una persona ansiosa che parla della sua situazione per la prima volta con qualcuno, spesso l’istinto è quello di sentirsi incompresi, di arrabbiarsi perché non presi seriamente, perchè gli altri non capiscono, ma l’importante è non offendersi per le domande banali o i commenti che possono sembrare insensibili, perché saranno sempre un’opportunità di insegnare qualcosa a qualcuno, di spiegarsi e creare una maggiore consapevolezza verso quelli che sono i disturbi mentali.  Chi non ne ha esperienza non sarà mai in grado di comprendere, mettiamocela via.

Non è cattiveria o mancanza di fiducia, solo un dato di fatto.

La cosa più sensibile che si può fare in questo caso, nei confronti di un amico che decide di confidarsi, è quello di tacere e ascoltare, senza voler dare un consiglio a tutti i costi, voler migliorare la sua situazione o ancora peggio sminuirla e parlare di se stessi. Una mano sulla spalla, un sorriso e un “sono qui per te” è l’unica cosa di cui si ha bisogno in questi casi. Per il resto, state in silenzio. 

Non ci interessa che anche voi ogni tanto siete in ansia, non è la stessa cosa. Non vogliamo sapere che esistono delle bacche raccolte dagli scoiattoli in Cecenia che fanno miracoli. Siamo consapevoli che i vostri consigli sono in fin di bene, ma spesso il risultato è l’opposto.

L’idea generale sembra essere quella che se una persona non ha prove evidenti della propria sofferenza o malattia, se non ha una ferita sanguinante in vista, una gamba rotta ingessata o una malattia nota, allora sta bene e non soffre. Ma le malattie mentali, i disturbi, vanno presi tanto seriamente quanto queste ultime.

DETTO CIO’, ecco alcune delle cose da non dire a chi soffre di ipocondria:

1 – “Esagerata!”

Tesoro, quando riesco a pensare in maniera razionale lo so anche io che esagero, se ora come ora ti dico che ho chiaramente un tumore alla prostata anche se non ho la prostata tu dammi corda e parliamone.

2 – “Apperò, sembra una cosa seria”

E quindi volevi andare a fare shopping oggi? E invece andiamo a fare testamento. Brava.

3 – Hai provato magari a controllare i sintomi online?

Si li ho cercati e riletti otto volte, con certezza non lo so, ma dovrebbero rimanermi più o meno tre ore di vita.

4 – “Ma pensa, mia nonna aveva proprio la stessa cosa. Le hanno amputato una gamba”

“……”

5 – “Stai bene! non è niente!”

Non sapevo avessi una laurea in medicina. Il giorno che crepo per davvero vi faccio incidere sulla lapide “ve l’avevo detto”.

6 – “OK, cambiando argomento…”

Apposto, sicuramente ti ascolto mentre sto pensando a quanto mi resta da vivere…ti prego continua.

7 – “Se sei davvero preoccupata, vatti a fare un controllo no?”

No. Metti che poi ho ragione? Voglio che sia tu a dirmi che non ho niente, tu e la tua laurea in Agraria.

E qui mi fermo.

Ho voluto un po’ sdrammatizzare e ringrazio questo post da cui ho preso spunto!

https://www.buzzfeed.com/anniegdmn/11-things-to-never-say-to-a-hypochondriac

Buon anniversario, ansia.

Esattamente un anno fa ero a Londra per trovare una cara amica trasferitasi li.

Della città però non ricordo nulla, non ricordo dove siamo state o cosa abbiamo fatto esattamente, quello che ricordo bene è il pronto soccorso.

Facciamo un passo indietro.

Giorno prima di partire, ho un forte mal di testa da quasi un mese che non vuole saperne di lasciarmi in pace. Io, il mal di testa, non lo avevo mai avuto. Decido quindi di fare una visita al mio medico di base che mi rasserena con un:

Non ti preoccupare, forse è un po’ di sinusite!

E mi manda a casa con delle soluzioni saline.

Non passa, quindi vado dall’otorino, comincia a preoccuparmi:

No! sinusite non è, forse emicrania? Dovrebbe vedere un neurologo!

In quanto patita di Grey’s anatomy, io se penso al neurologo penso al Doctor Shepherd. E lo sappiamo tutti quali sono solitamente i pazienti di Shepherd. Di certo non hanno l’emicrania, ecco.

Non cercate mai su internet le possibili cause del mal di testa perchè sono infinite e, sebbene tante siano problematiche ben risolvibili, vi ricorderete solo quelle per le quali sarà necessaria una tac al cervello. O almeno io ricordo solo quelle.

Dicevo, giorno prima della partenza. Il mal di testa è sempre li, pulsa. Non voglio partire, non me ne frega nulla del mio week end di shopping e cups of tea, voglio andare al pronto soccorso, vorrei un medico che mi assicuri che posso partire due giorni e tornare viva. Senza danni cerebrali.

Dall’esterno la scena penso sia quasi comica, e lo era anche per me quando finalmente tornavo lucida, ma in quegli istanti ogni paura diventa più che reale.

Piango, urlo, mio padre mi stringe la testa fra le braccia e mi calma. Stai serena, respira.

La faccia dei miei genitori, quel giorno, penso rimarrà vivida nella mia mente a lungo.

Chiamo mia zia, neurologa. Riesce a calmarmi, corro a finire di buttare qualche vestito nella valigia e vado a prendere l’autobus diretto all’aeroporto.

Fin qui tutto ok, che sciocca, tutti questi pensieri per un mal di testa!

In bus sono circondata da un gruppo di americani di una certa età che non smettono di ridere e scherzare. Io invece sono nuovamente senza respiro. Prendo una grossa boccata d’aria, come se fossi appena riemersa dal mare.

“Is everything ok darling?”

No. Però gli dico di si. Non posso mica vomitare i miei problemi addosso al primo che capita. Però vorrei.

In aereo fino all’ultimo istante penso di alzarmi e uscire, ora mi alzo e corro lo giuro, chi me lo fa fare di rinchiudermi in questa scatola di latta. La signora affianco a me mi sorride, congiunge pollice e medio, si mette le cuffiette e inizia a meditare ad occhi chiusi.  Almeno non sono l’unica in panico.

Mi asciugo le lacrime e mi addormento.

Una volta arrivata, insieme alla mia amica riesco per un giorno intero a dimenticarmi dell’accaduto e a godermi una delle città che più amo.

Un attimo di tregua mi serviva, preoccuparsi costantemente è stancante.

Il giorno dopo sono decisamente meno fortunata. Le mie gambe sembrano farsi sempre più pesanti, continuo a guardarle e controllarle nel riflesso delle vetrine per vedere se le sto effettivamente muovendo correttamente. Si. Si muovono correttamente.

Anche il braccio è pesante, formicola. E quel mal di testa, eccolo di nuovo.

Entriamo in un negozio affollato, attorno a me vedo solo persone, non ricordo nemmeno che negozio fosse, il posto è enorme eppure sto soffocando. Esco. Respiro..

La sera, a cena, non reggo più. Sento formicolii in tutto il corpo, ho mal di testa, fa caldo, ho la nausea, sono sicura che manchi poco prima che io svenga. E se svengo in metro?

“Forse non hai mangiato molto?”

Trangugio un piatto di patatine e qualsiasi cosa possa aiutarmi da un eventuale calo di zuccheri, ma il mal di testa è sempre li, non passa. Sembra quasi l’inizio di qualcosa di terribile e non riesco a fermare il vortice di pensieri inquietanti che ho in testa.

E’ sabato sera, sono a Londra e chiedo alla mia amica di portarmi al pronto soccorso perchè temo di avere qualcosa al sangue, o al cervello, o al cuore, insomma qualcosa di grave, non può essere altro.

La signora allo sportello mi chiede di compilare un form, dice che se non riesco a muovere il braccio lo può fare la mia amica.

Se non riesco a muovere il braccio?? Sto letteralmente singhiozzando nella hall agitando il mio braccio come per provare a me stessa e a tutti quelli che mi stanno guardando (che mi stanno guardando male, probabilmente) che io, il braccio, lo muovo eccome. Il braccio si muove ok? Ok.

Tocca a me finalmente, si accertano che io non stia avendo un infarto

“But.. i mean… I’m 23…”

Mi ignorano, mi fanno un ECG e poi mi lasciano in corridoio ad aspettare. Piango di nuovo, non vorrei, ma non riesco a smettere. Mi do quasi fastidio da sola.

Mi danno la mia cartella e dopo un tempo che pare infinito, durante il quale non ho smesso di piangere e tirare su il naso per un secondo facendomi odiare dall’intera sala di attesa, un medico finalmente mi visita.

Glielo dico chiaro e schietto, nel caso non lo notasse.

“Io penso di avere un tumore al cervello”

Non mi ride in faccia, lo vede che non sto scherzando e che sono un fascio di nervi. Mi fa un controllo neurologico, picchietta le gambe (si muovono grazie al cielo), mi chiede di gonfiare le guance, di provare a sorridere.

E’ tutto ok.

“E se ho qualcosa al sangue?”

No, i sintomi sono diversi.

“Ma ne è certo?”

Sorride. Mi chiede piuttosto come va il mio umore ultimamente.

Cosa centra il mio umore? Sto qua che non mi sento le gambe e mi chiede come va?

Mi consiglia una psicologa, per lo stress, per l’ansia, per l’ipocondria (sintomo di ansia anche quella)..

Da un lato sono sollevata, dall’altro non troppo.. temo di avere nuovamente un attacco di panico. Che alla fine, di quello si trattava.

Tornata in Italia la situazione peggiora fino a diventare invalidante.. i miei non si fidano a lasciarmi a casa da sola, piango ogni sera, ho una o due crisi d’ansia al giorno e il resto del tempo il mio umore è a terra.

Decido di andare da una psicologa.

La psicologa è la miglior cosa che mi sia mai capitata.

Gli appuntamenti settimanali con lei erano la cosa più importante in assoluto, finito uno aspettavo impaziente quello della settimana dopo. Mi ero data come tempo minimo per riuscire a guarire sei mesi, che secondo ogni sito internet era il tempo minimo per un disturbo d’ansia generalizzato. Nel mio caso però, c’era anche l’ipocondria. Che posso descrivere come la cosa più terrificante di cui ho mai fatto esperienza.

Vista dall’esterno e nei miei momenti “razionali” riuscivo quasi a riderci su, ma la costante paura di morire, paura per il proprio corpo e certezza assoluta di aver contratto una malattia grave è terrificante.

Motivo per cui non riesco più ad accettare chi scherzando si definisce ipocondriaco. Perchè si deve lavare le mani uscito dal treno. Ad esempio. (che poi quello è un altro disturbo, ma ok..)

Ricordarsi che quello che si sta vivendo è solo una fase è importante, scrivere in un diario tutti i giorni, tenere traccia dei giorni positivi e quelli negativi, segnarsi i propri risultati e accettare i passi indietro. Parlarne. Non vergognarsene. Essere coscienti che è un problema estremamente comune, ma di cui se ne parla poco.

Queste sono tutte le cose che penso mi abbiano aiutata a tornare quella di prima il più in fretta possibile.

Superato in parte il problema d’ansia, la mia psicologa e i miei genitori hanno infine ritenuto utile che io provassi a vedere uno psichiatra per il problema dell’ipocondria, in modo da evitare che peggiorasse al punto di diventare una vera e propria malattia..

Nonostante fossi inizialmente contraria ai farmaci, non per il farmaco in se, ma perchè a causa del mio problema i farmaci non li prendevo volentieri per paura degli effetti collaterali, alla fine ho ceduto.

Per fortuna.

E’ passato un anno.

Riesco a svegliarmi senza controllare come prima cosa in che stato mentale mi sono svegliata.

Riesco a uscire di casa e andare in posti affollati, cinema, supermercato, negozi, biblioteche, senza timore e senza farmi venire una crisi. Respirando normalmente.

Riesco a guardare il telefono, a stare su internet, a guardare Grey’s Anatomy, senza avere una crisi ogni volta che un trigger salta fuori.

Riesco ad andare a mangiare fuori con gli amici senza avere intere ore di mutismo e apatia.

Riesco finalmente a essere serena e avere progetti e aspettative per il futuro.

 

18 Settembre 2018.