Troppo tardi bello.

Ultimamente mi sono ritrovata immersa nel mondo di “Sex & the City”, serie che, chiedo venia in anticipo, non avevo mai visto. Ogni breve episodio in qualche modo mi lascia sempre sorpresa per la cruda verità che ci sbatte in faccia, senza tanti giri di parole. Cosa che noi, invece, sembriamo non essere in grado di fare.

Ce la raccontiamo finchè riusciamo a crederci. Ci piazziamo delle gran fette di salame sugli occhi e andiamo avanti imperterrite fino a dover sbattere contro na colonna prima di darci una svegliata. (anche chiamata contegno)

Gli uomini si lamentano della nostra mente complessa, delle nostre paranoie, delle nostre fisime mentali.

E fanno bene.

Perchè è la realtà, ci piace complicarci la vita, soprattutto quando si tratta dell’altro sesso, mamma come ci piace annegare nei bicchieri d’acqua!

Più ascolto i ragionamenti delle donne (miei compresi), più vorrei schierarmi dalla parte degli uomini. O prenderci tutte a schiaffi.

Agli uomini dirci le cose in faccia non piace, non sanno articolare un discorso, però con le azioni parlano forte e chiaro. Soprattutto quando sono effettivamente interessati, te lo dicono o te lo fanno capire in tutti i modi. (sempre escludendo i casi umani, loro non fanno testo)

E’ anche facile capire quando di te invece non gliene frega (più) una mazza! Te ne accorgi, dopo molti messaggi mandati a vuoto e nervi a fior di pelle, ma te ne accorgi. (qui invece ben vengano i casi umani)

“La verità è che non gli piaci abbastanza” resta un film che, a mio parere ogni donna dovrebbe guardarsi almeno una volta nella vita (fai anche due, per assimilare bene il concetto)

Eppure no, ci piace creare delle giustificazioni per loro. Li perdoniamo e inventiamo scuse, ce lo devono scrivere su un cartellone che non vogliono niente di serio prima che finalmente ci si aprano gli occhi.

“Uff, continua a scrivermi, però poi non mi chiede di uscire. Chiedo io?”

Eccerto, striscia direttamente se vuoi.

“Ci siamo visti e poi è sparito, che faccio? Gli scrivo io?”

No. Butta quel telefono immediatamente.

“Dice che sono perfetta, ma non se la sente..Poverino.”

Chiaro. Che animo generoso..

“Vorrebbe stare con me! Ma ha troppo lavoro, poco tempo libero…”

Ah, E che lavoro fa?

“Lavora in ufficio, otto ore al giorno!”

Come il resto del mondo insomma. Pazzesco come gli altri invece siano riusciti a farsi una vita!

Perchè ci divertiamo a perdere tempo? Non abbiamo di meglio da fare che stare dietro ai casi umani? Ci sono infiniti pesci nell’oceano, dobbiamo correre dietro proprio all’unico emotivamente non disponibile o che non sa che vuole dalla vita?

No! Un po’ di rispetto per noi stesse!

Arriva il momento in cui alla terza volta che si inventa una scusa per non vederti diventa lampante che…a quanto pare… purtroppo… mi spiace… non è interessato!

Non abbastanza!

Ripetiamocelo: “non è interessato, non ne vale la pena, non è interessato” X2

Proviamo a pensare a noi stesse, che per il ragazzo che ci piace pur di vederlo anche per un’ora ce ne faremmo due di treno. Piove? Ci mettiamo gli stivali di gomma. Siamo stanche? Ci scoliamo tre caffè.

Il *inserisci la scusa che più ti piace* non esiste. Basta giustificazioni, che le elementari sono finite da un pezzo.

E se proprio proprio sta soddisfazione non gliela vuoi dare, sparisci.

Vedrai come ritornano. E a quel punto tu dirai..

“Eccomi!”

NO. Dirai “troppo tardi bello”.

 

“Questo 2018 non ho fatto nulla”

Tra uno sbadiglio e l’altro sotto il piumone, ieri sera guardavo le ultime foto pubblicate su instagram. Non ho potuto fare a meno di notare che la maggior parte di queste consistevano in un collage delle foto più “likate” di questo 2018, seguite da una lista di ricordi ed esperienze pazzesche con altrettanti buoni propositi per il 2019.

Una ragazza aveva visitato 9 paesi diversi. Nove. Buoni propositi? Guadagnare più soldi.

Ha senso.

Pensavo al mio 2018, non mi veniva in mente una sola cosa degna di nota.

Controllo il mio instagram: cani, cani, cani, cani, ok dai Parigi. Almeno quest’anno ho visto il Louvre finalmente.

Nove paesi….

Prendo il mio Diario, parte dal 1 Gennaio fino ad oggi, decido di rileggerlo per vedere se magari mi sono dimenticata qualcosa, sai com’è, più avanzo con l’età e più la mia memoria a lungo termine fa schifo. Che è imbarazzante, perchè a che ora ha visualizzato il messaggio tre settimane fa, ma non ha risposto me lo ricordo benissimo.

Comunque.

Quest’anno non ho visitato mezzo mondo, non ho fatto il bagno con gli elefanti nelle riserve naturali, non ho scritto un libro, non ho sposato Ryan Gosling, non ho fatto nulla di assurdo, ma ho avuto le mie piccole soddisfazioni.

La prima pagina del mio diario comincia proprio così, con i buoni propositi per quest’anno. Il 2017 è stato l’anno più difficile, più provante e più brutto della mia vita, quindi io per quest’anno, l’unica cosa che avevo messo nella lista, era la mia salute mentale. Stare serena, stare bene con me stessa. Sticazzi i nove paesi, ho una vita davanti e finalmente me ne rendo conto.

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A Gennaio ho cominciato una cura farmacologica per l’ansia. Nulla di assurdo, gocce di serotonina.  Mi spaventava da morire, non volevo, ma ormai i miei, la psicologa e lo psichiatra mi dicevano che se volevo evitare che il mio problema peggiorasse e si radicasse, questa era una soluzione valida. La Valeriana ormai era come acqua fresca.

La prima volta che ho preso una goccia ho passato la giornata in ansia, a piangere e ad ascoltare il mio corpo, pronta a correre al pronto soccorso in caso avessi una reazione allergica.

Ora sto finendo la terapia, di gocce ormai ne prendo pochissime e tra poco potrò smetterle. L’ipocondria viene a trovarmi raramente, quasi mai, sto bene. Sto benissimo. Sono finalmente tornata ad una vita normale, a fare le cose che prima non riuscivo.

Non ho mai visto il pronto soccorso o l’ospedale quest’anno. Il 2017 l’ho passato in mezzo ai medici, per una serie di sfighe, seppur nulla di grave, entravo e uscivo dagli ospedali troppo spesso.

Cosa che mi ha portata a ritardare la mia laurea e quindi ad aumentare la mia ansia.

Questo 2018 finalmente sto bene, ci ho messo più tempo di quanto avrei voluto, ma sono riuscita a ritrovarmi, non lo avevo mai messo in dubbio. (ok si, a volte..)

 

Quest’anno ho finalmente passato l’esame che più mi creava problemi. Era il mio incubo e sicuramente in parte motivo dei miei attacchi d’ansia. L’ansia di non passarlo, restare indietro, non laurearmi, finire sotto un ponte…insomma. Penso sia stato uno dei giorni più belli della mia vita, senza esagerare.

 

Quest’anno ho cominciato a lavorare come dog-sitter. I cani sono una mia passione da quando ero piccola (ve lo dico, che magari non ve ne siete accorti eh) e averli intorno mi aiuta tantissimo, anche a stare serena. Mi sono iscritta ad un corso per diventare in futuro istruttrice cinofila e non vedo l’ora di iniziare!

 

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Quest’anno ho visitato una delle mie più care amiche ad Amsterdam, città che non avevo mai visto e di cui mi sono un po’ innamorata.  La bicicletta resta un’altra cosa che da sempre avrei voluto, ma che purtroppo qui dove vivo non si può utilizzare.

Però ci so andare, giuro. Anche senza mani. Fatemene andare fiera….

 

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Io e la mia amica di infanzia siamo state a Parigi, il nostro primo viaggio insieme. Sarò a posto con le crepes al cioccolato almeno fino al 2020 e mi rendo conto di star dicendo una stronzata esattamente nel momento in cui scrivo questa frase, ne mangerei una ora e subito. Ho finalmente visitato il Louvre e visto le opere che per cinque anni ho studiato e potuto ammirare solo sui libri!

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Ho finalmente ricominciato a disegnare e a sperimentare con gli acquerelli prendendo spunto da artisti vari che mi hanno fatto tornare un po’ la voglia di provare. Anche il ricamo è stata una bella sorpresa. Faccio pena, quindi una bella sorpresa in tutti i sensi.

 

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Il 21 Luglio ho aperto il mio blog e qualche mese dopo ho finalmente trovato il coraggio di renderlo pubblico. Ho ricevuto tanti messaggi e ancora adesso persone che stanno passando quello che ho passato io mi scrivono, per un consiglio, per raccontarmi di loro.. Sono la parte che preferisco di questa mia iniziativa. Sapere che quello che scrivo può tornare utile ad altri. Principalmente nessuno se lo caga e nulla è cambiato, però si insomma….

 

Quest’anno è stato dedicato interamente a me stessa, non ho fatto nulla di eccezionale, ma sicuramente tanti passi avanti che spero di continuare a fare nel 2019.

Poi ecco, se quei nove paesi li visito anche io non mi lamento eh.

 

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Le cose da non dire a un ipocondriaco

Premessa:

L’ipocondria è un’ atteggiamento psichico caratterizzato da una costante apprensione per la propria salute e dall’ansiosa tendenza a sopravvalutare i minimi sintomi.

Tra le cause principali dell’ipocondria vi sono l’ansia e la depressione e da un punto di vista psicologico essa è definibile come un meccanismo di difesa da un pericolo interno o esterno, associato alla vita relazionale e sociale oppure all’identità personale.

Lo scopo dell’ipocondriaco, conscio od inconscio, è quello di allontanarsi dalla vera causa di pericolo (ad esempio una malattia), oppure dalla causa di un fallimento nella vita (ad esempio nello studio, nel lavoro, nella famiglia).

Tra le tante cose che un disturbo d’ansia mi ha insegnato, c’è anche che mai parole più giuste vennero pronunciate da Tamburino, in Bambi:”Quando non puoi dire una cosa gentile, è molto meglio starsene zitti”.

In seguito all’infinito numero di occhi buttati al cielo dopo alcuni commenti che mi sono stati fatti quando raccontavo del mio problema, ho deciso di scrivere questo articolo.

Uno degli aspetti più complessi e frustranti dell’ansia è parlarne con i propri amici o parenti. Parlarne a chiunque in realtà, motivo per cui mi è sempre stato suggerito di tenere la cosa tra me e i miei amici più stretti.

E infatti io ci ho aperto un blog.

Dicevo.

Quando si parla di una persona che soffre d’ansia, non ci si riferisce all’ansia dei classici 5 minuti di isteria prima di un esame, o il secondo prima di mettere piede sulle scale mobili, chiamare un ristorante per ordinare una pizza, scoprire che hai finito le penne nere e ora ti tocca scriver… il concetto mi sembra chiaro.

Si fa riferimento ad un’ansia patologica. Un’ansia che insorge all’improvviso, senza una ragione apparente.

Divertente.

Il cuore che sembra scoppiare, il respiro manca , le mani sudano, la testa pulsa, formicolii agli arti, gambe pesanti e paura irrazionale sono alcuni dei sintomi di cui io, personalmente, facevo esperienza.

(La prima volta infatti pronto soccorso, che già stavo a pensare se al funerale la bara la volevo in cedro o di mogano.)

Per una persona ansiosa che parla della sua situazione per la prima volta con qualcuno, spesso l’istinto è quello di sentirsi incompresi, di arrabbiarsi perché non presi seriamente, perchè gli altri non capiscono, ma l’importante è non offendersi per le domande banali o i commenti che possono sembrare insensibili, perché saranno sempre un’opportunità di insegnare qualcosa a qualcuno, di spiegarsi e creare una maggiore consapevolezza verso quelli che sono i disturbi mentali.  Chi non ne ha esperienza non sarà mai in grado di comprendere, mettiamocela via.

Non è cattiveria o mancanza di fiducia, solo un dato di fatto.

La cosa più sensibile che si può fare in questo caso, nei confronti di un amico che decide di confidarsi, è quello di tacere e ascoltare, senza voler dare un consiglio a tutti i costi, voler migliorare la sua situazione o ancora peggio sminuirla e parlare di se stessi. Una mano sulla spalla, un sorriso e un “sono qui per te” è l’unica cosa di cui si ha bisogno in questi casi. Per il resto, state in silenzio. 

Non ci interessa che anche voi ogni tanto siete in ansia, non è la stessa cosa. Non vogliamo sapere che esistono delle bacche raccolte dagli scoiattoli in Cecenia che fanno miracoli. Siamo consapevoli che i vostri consigli sono in fin di bene, ma spesso il risultato è l’opposto.

L’idea generale sembra essere quella che se una persona non ha prove evidenti della propria sofferenza o malattia, se non ha una ferita sanguinante in vista, una gamba rotta ingessata o una malattia nota, allora sta bene e non soffre. Ma le malattie mentali, i disturbi, vanno presi tanto seriamente quanto queste ultime.

DETTO CIO’, ecco alcune delle cose da non dire a chi soffre di ipocondria:

1 – “Esagerata!”

Tesoro, quando riesco a pensare in maniera razionale lo so anche io che esagero, se ora come ora ti dico che ho chiaramente un tumore alla prostata anche se non ho la prostata tu dammi corda e parliamone.

2 – “Apperò, sembra una cosa seria”

E quindi volevi andare a fare shopping oggi? E invece andiamo a fare testamento. Brava.

3 – Hai provato magari a controllare i sintomi online?

Si li ho cercati e riletti otto volte, con certezza non lo so, ma dovrebbero rimanermi più o meno tre ore di vita.

4 – “Ma pensa, mia nonna aveva proprio la stessa cosa. Le hanno amputato una gamba”

“……”

5 – “Stai bene! non è niente!”

Non sapevo avessi una laurea in medicina. Il giorno che crepo per davvero vi faccio incidere sulla lapide “ve l’avevo detto”.

6 – “OK, cambiando argomento…”

Apposto, sicuramente ti ascolto mentre sto pensando a quanto mi resta da vivere…ti prego continua.

7 – “Se sei davvero preoccupata, vatti a fare un controllo no?”

No. Metti che poi ho ragione? Voglio che sia tu a dirmi che non ho niente, tu e la tua laurea in Agraria.

E qui mi fermo.

Ho voluto un po’ sdrammatizzare e ringrazio questo post da cui ho preso spunto!

https://www.buzzfeed.com/anniegdmn/11-things-to-never-say-to-a-hypochondriac

Tutto bene

h.7:45

Non ho dormito questa notte, mi svegliavo, accaldata sotto il piumone, mi giravo e poi mi giravo di nuovo.

Eppure eccomi già sveglia. E stanca.

 

h 8:30

Ok, mi alzo.

Mio padre ancora non è uscito, aspetto allora.

 

h 9:05

Ascolto i soliti suoni della mattina.

Mio padre che sbatte le scarpe per terra dopo averle allacciate.

La zip della sua giacca

La porta che si chiude.

 

h 9:30

Mi alzo, in casa sono sola.

Mi piace la casa vuota, nessuno che fa domande, colazione da sola e con i miei tempi..

Vorrei avere mille cose da fare, avere meno tempo per pensare e rimuginare su quello che è successo. Forse è stata colpa mia? Non so più cosa pensare.

Rileggo i messaggi.

No, non è stata colpa mia.

 

h 10:30

Prendo il mio libro.

Lo odio. Devo preparare la tesi, l’esame, non ho tempo da perdere eppure è l’unica cosa che faccio.

Leggo, a fatica e lentamente, le pagine sembrano non scorrere mai, ferma allo stesso punto, come nella vita.

 

h 13:30

Non mi sono nemmeno accorta, solitamente pranzo prima, ma la fame in questi giorni non arriva mai.

Mio padre è tornato, mi abbraccia: Ti sento tutte le ossa! Mangia! 

Non ho fame.

Non puoi non mangiare, reagisci, cerca di stare serena..

 

h 17:30

Oddio, sono già le cinque e io in questa giornata di produttivo non ho fatto assolutamente nulla, se non sprecarla, lamentarmi, fissare il muro e contorcermi nei miei dubbi e nelle mie paranoie!

Mi sono dimenticata le gocce, ora le prendo. Magari aiutano davvero…

Ma è tutta così la vita? Una giornata uguale dietro l’altra? Per carità ditemi che è un periodo.

Si, è un periodo, è solo una fase, è un periodo…

 

h 20:00

I miei sono tornati, parlano, mettono a posto, fanno casino. Non riesco a concentrarmi sui miei pensieri.

Per fortuna.

 

Allora come stai? Come è andata la giornata?

 

Tutto bene.

 

Buon anniversario, ansia.

Esattamente un anno fa ero a Londra per trovare una cara amica trasferitasi li.

Della città però non ricordo nulla, non ricordo dove siamo state o cosa abbiamo fatto esattamente, quello che ricordo bene è il pronto soccorso.

Facciamo un passo indietro.

Giorno prima di partire, ho un forte mal di testa da quasi un mese che non vuole saperne di lasciarmi in pace. Io, il mal di testa, non lo avevo mai avuto. Decido quindi di fare una visita al mio medico di base che mi rasserena con un:

Non ti preoccupare, forse è un po’ di sinusite!

E mi manda a casa con delle soluzioni saline.

Non passa, quindi vado dall’otorino, comincia a preoccuparmi:

No! sinusite non è, forse emicrania? Dovrebbe vedere un neurologo!

In quanto patita di Grey’s anatomy, io se penso al neurologo penso al Doctor Shepherd. E lo sappiamo tutti quali sono solitamente i pazienti di Shepherd. Di certo non hanno l’emicrania, ecco.

Non cercate mai su internet le possibili cause del mal di testa perchè sono infinite e, sebbene tante siano problematiche ben risolvibili, vi ricorderete solo quelle per le quali sarà necessaria una tac al cervello. O almeno io ricordo solo quelle.

Dicevo, giorno prima della partenza. Il mal di testa è sempre li, pulsa. Non voglio partire, non me ne frega nulla del mio week end di shopping e cups of tea, voglio andare al pronto soccorso, vorrei un medico che mi assicuri che posso partire due giorni e tornare viva. Senza danni cerebrali.

Dall’esterno la scena penso sia quasi comica, e lo era anche per me quando finalmente tornavo lucida, ma in quegli istanti ogni paura diventa più che reale.

Piango, urlo, mio padre mi stringe la testa fra le braccia e mi calma. Stai serena, respira.

La faccia dei miei genitori, quel giorno, penso rimarrà vivida nella mia mente a lungo.

Chiamo mia zia, neurologa. Riesce a calmarmi, corro a finire di buttare qualche vestito nella valigia e vado a prendere l’autobus diretto all’aeroporto.

Fin qui tutto ok, che sciocca, tutti questi pensieri per un mal di testa!

In bus sono circondata da un gruppo di americani di una certa età che non smettono di ridere e scherzare. Io invece sono nuovamente senza respiro. Prendo una grossa boccata d’aria, come se fossi appena riemersa dal mare.

“Is everything ok darling?”

No. Però gli dico di si. Non posso mica vomitare i miei problemi addosso al primo che capita. Però vorrei.

In aereo fino all’ultimo istante penso di alzarmi e uscire, ora mi alzo e corro lo giuro, chi me lo fa fare di rinchiudermi in questa scatola di latta. La signora affianco a me mi sorride, congiunge pollice e medio, si mette le cuffiette e inizia a meditare ad occhi chiusi.  Almeno non sono l’unica in panico.

Mi asciugo le lacrime e mi addormento.

Una volta arrivata, insieme alla mia amica riesco per un giorno intero a dimenticarmi dell’accaduto e a godermi una delle città che più amo.

Un attimo di tregua mi serviva, preoccuparsi costantemente è stancante.

Il giorno dopo sono decisamente meno fortunata. Le mie gambe sembrano farsi sempre più pesanti, continuo a guardarle e controllarle nel riflesso delle vetrine per vedere se le sto effettivamente muovendo correttamente. Si. Si muovono correttamente.

Anche il braccio è pesante, formicola. E quel mal di testa, eccolo di nuovo.

Entriamo in un negozio affollato, attorno a me vedo solo persone, non ricordo nemmeno che negozio fosse, il posto è enorme eppure sto soffocando. Esco. Respiro..

La sera, a cena, non reggo più. Sento formicolii in tutto il corpo, ho mal di testa, fa caldo, ho la nausea, sono sicura che manchi poco prima che io svenga. E se svengo in metro?

“Forse non hai mangiato molto?”

Trangugio un piatto di patatine e qualsiasi cosa possa aiutarmi da un eventuale calo di zuccheri, ma il mal di testa è sempre li, non passa. Sembra quasi l’inizio di qualcosa di terribile e non riesco a fermare il vortice di pensieri inquietanti che ho in testa.

E’ sabato sera, sono a Londra e chiedo alla mia amica di portarmi al pronto soccorso perchè temo di avere qualcosa al sangue, o al cervello, o al cuore, insomma qualcosa di grave, non può essere altro.

La signora allo sportello mi chiede di compilare un form, dice che se non riesco a muovere il braccio lo può fare la mia amica.

Se non riesco a muovere il braccio?? Sto letteralmente singhiozzando nella hall agitando il mio braccio come per provare a me stessa e a tutti quelli che mi stanno guardando (che mi stanno guardando male, probabilmente) che io, il braccio, lo muovo eccome. Il braccio si muove ok? Ok.

Tocca a me finalmente, si accertano che io non stia avendo un infarto

“But.. i mean… I’m 23…”

Mi ignorano, mi fanno un ECG e poi mi lasciano in corridoio ad aspettare. Piango di nuovo, non vorrei, ma non riesco a smettere. Mi do quasi fastidio da sola.

Mi danno la mia cartella e dopo un tempo che pare infinito, durante il quale non ho smesso di piangere e tirare su il naso per un secondo facendomi odiare dall’intera sala di attesa, un medico finalmente mi visita.

Glielo dico chiaro e schietto, nel caso non lo notasse.

“Io penso di avere un tumore al cervello”

Non mi ride in faccia, lo vede che non sto scherzando e che sono un fascio di nervi. Mi fa un controllo neurologico, picchietta le gambe (si muovono grazie al cielo), mi chiede di gonfiare le guance, di provare a sorridere.

E’ tutto ok.

“E se ho qualcosa al sangue?”

No, i sintomi sono diversi.

“Ma ne è certo?”

Sorride. Mi chiede piuttosto come va il mio umore ultimamente.

Cosa centra il mio umore? Sto qua che non mi sento le gambe e mi chiede come va?

Mi consiglia una psicologa, per lo stress, per l’ansia, per l’ipocondria (sintomo di ansia anche quella)..

Da un lato sono sollevata, dall’altro non troppo.. temo di avere nuovamente un attacco di panico. Che alla fine, di quello si trattava.

Tornata in Italia la situazione peggiora fino a diventare invalidante.. i miei non si fidano a lasciarmi a casa da sola, piango ogni sera, ho una o due crisi d’ansia al giorno e il resto del tempo il mio umore è a terra.

Decido di andare da una psicologa.

La psicologa è la miglior cosa che mi sia mai capitata.

Gli appuntamenti settimanali con lei erano la cosa più importante in assoluto, finito uno aspettavo impaziente quello della settimana dopo. Mi ero data come tempo minimo per riuscire a guarire sei mesi, che secondo ogni sito internet era il tempo minimo per un disturbo d’ansia generalizzato. Nel mio caso però, c’era anche l’ipocondria. Che posso descrivere come la cosa più terrificante di cui ho mai fatto esperienza.

Vista dall’esterno e nei miei momenti “razionali” riuscivo quasi a riderci su, ma la costante paura di morire, paura per il proprio corpo e certezza assoluta di aver contratto una malattia grave è terrificante.

Motivo per cui non riesco più ad accettare chi scherzando si definisce ipocondriaco. Perchè si deve lavare le mani uscito dal treno. Ad esempio. (che poi quello è un altro disturbo, ma ok..)

Ricordarsi che quello che si sta vivendo è solo una fase è importante, scrivere in un diario tutti i giorni, tenere traccia dei giorni positivi e quelli negativi, segnarsi i propri risultati e accettare i passi indietro. Parlarne. Non vergognarsene. Essere coscienti che è un problema estremamente comune, ma di cui se ne parla poco.

Queste sono tutte le cose che penso mi abbiano aiutata a tornare quella di prima il più in fretta possibile.

Superato in parte il problema d’ansia, la mia psicologa e i miei genitori hanno infine ritenuto utile che io provassi a vedere uno psichiatra per il problema dell’ipocondria, in modo da evitare che peggiorasse al punto di diventare una vera e propria malattia..

Nonostante fossi inizialmente contraria ai farmaci, non per il farmaco in se, ma perchè a causa del mio problema i farmaci non li prendevo volentieri per paura degli effetti collaterali, alla fine ho ceduto.

Per fortuna.

E’ passato un anno.

Riesco a svegliarmi senza controllare come prima cosa in che stato mentale mi sono svegliata.

Riesco a uscire di casa e andare in posti affollati, cinema, supermercato, negozi, biblioteche, senza timore e senza farmi venire una crisi. Respirando normalmente.

Riesco a guardare il telefono, a stare su internet, a guardare Grey’s Anatomy, senza avere una crisi ogni volta che un trigger salta fuori.

Riesco ad andare a mangiare fuori con gli amici senza avere intere ore di mutismo e apatia.

Riesco finalmente a essere serena e avere progetti e aspettative per il futuro.

 

18 Settembre 2018.